Radici, Memoria, Fratellanza, Speranza. Lettera alla comunità per la festa patronale di santa Rita 2020

«Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore». (Os 2, 16-22)

Miei cari,

quest’anno la nostra festa patronale, che richiama tante persone dalla nostra città e anche da fuori, assume una veste particolare, più famigliare e più intima. Non ci è possibile, infatti, festeggiarla con la dovuta solennità per le vigenti norme, ma non meno lo possiamo fare solennemente in quella che è la prima Chiesa domestica, la famiglia, perché mai, come in questi mesi, spero, ne abbiamo capito l’importanza.

A questo riguardo mi è venuto in mente un noto passo profetico di Osea, che ho riportato nell’esergo di questa lettera, sul quale ho meditato e che vi propongo per vivere intensamente questo appuntamento comunitario e insieme domestico.

Le parole del profeta da un lato invitano a scelte coraggiose: «Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore»; Dio ci invita a seguirlo nel deserto per parlare con noi, cuore a cuore, senza distrazione alcuna; infatti, il deserto è il luogo dell’essenziale, che richiede di deporre ciò che non serve e portare con sé solo ciò che è utile per percorrerlo, per abitarlo e per uscirne, incontrando a tu per tu il Signore, senza intrusioni idolatriche devianti.

Ma le stesse parole profetiche sono ricche di grande speranza («Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza»),  perché chiedono non solo di alzare lo sguardo al Signore per rispondere al Suo invito, rinnovando l’alleanza con Lui (Ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore»), ma anche perché quanto sperimentato in questo momento difficile e surreale di pandemia non sia vanificato da un ritorno a come se nulla fosse successo. Anche volendolo, infatti, non sarà così: se qualcuno avesse qualche illusione, temo che sarà schiacciato da una quotidianità che si prospetta dura e, Dio non voglia, più incattivita, come la sapienza di vita dimostra: migliori si diventa solo scegliendolo, volendolo e rimanendo in Grazia di Dio.

Che cosa vi suggerisco nel concreto a partire da questo passo di Osea? Semplicemente di ricominciare la quotidiana esistenza su quattro pilastri che papa Francesco ha ricordato in una intervista rilasciata a quotidiano prima di Pasqua. Essi sono: le radici, rappresentate, innanzitutto, dagli anziani; la memoria di questi giorni così surreali; la fratellanzatra gli esseri umani; la speranza, che mai delude. Fondamenti che vorrei commentarvi, aggiungendovi qualche nota personale riguardo alla nostra comunità santaritese.

1. Le radici

La pandemia ha toccato le persone più fragili della nostra società: a morire sono stati molti anziani. Il dato non ci deve stupire: l’Italia è, infatti, il paese più longevo al mondo; la popolazione con più di 80 anni è aumentata in questi 10 anni di 1,1 milione, mentre la speranza di vita è di 80 anni per gli uomini e 86 per le donne; tanti sono anche i centenari, un traguardo ormai facilmente raggiungibile.

Dunque, gli anziani sono una parte rilevante del nostro popolo. Essi costituiscono una risorsa, non solo “perché ci sono” o “per quello che fanno”, ma piuttosto “per quello che sono” e “per quanto possono offrici”. Hanno, infatti, costruito, dopo il Secondo conflitto mondiale, questa società in cui viviamo, rendendola sicuramente migliore. Gli anziani ne custodiscono la memoria, o meglio, ne sono “la memoria vivente”. Di più. Con il loro modo di vivere (una dieta più sana e meno disordinata dei giovani, la preghiera costante mai disattesa e la saggezza di vita, temprata dai sacrifici fatti) mostrano di avere risorse che si traducono in motivazioni interiori e progetti concreti di aiuto alle famiglie, come curare ed educare i nipoti, avere un ruolo nella vita sociale come il volontariato, coltivare interessi culturali che danno senso al loro vivere quotidiano e alimentano gli affetti. [1] Cose tutte che avevo già ricordato nella Lettera di Pasqua alle famiglie dal titolo “L’arte di educare cristianamentein famiglia” e ad essa rimando. [2] Gli anziani non vanno, perciò, trasformati in “un utile finché serve”: piuttosto ne va riscoperta l’interazione con le giovani generazioni in uno scambio di mutua relazione e di sapienza di vita.

Spendo ancora una parola che concerne i rischi di una logica utilitaristica dell’uomo fine solo a se stessa, per evitare quelle aberranti degenerazioni, a cui ancor oggi stiamo assistendo impotenti e che si ripetono in alcuni paesi occidentali, che si considerano civili (eutanasia, eugenetica, selezione delle persone, …), ma che, a me, rievocano solamente i tempi più oscuri della nostra terribile storia del Novecento. [3]

Credo come mai prima d’ora sia necessario riportare al centro del nostro modo di pensare e di agire la dimensione personale dell’uomo e non solo quella individuale per costruire un nuovo umanesimo cristiano, come ci ha invitato a fare papa Francesco nella cosiddetta “Enciclica all’Italia”, ossia in quel discorso pronunciato a conclusione del Convegno della Chiesa italiana a Firenze. [4] C’è una profonda differenza fra la visione personalistica cristiana dell’uomo e individualistica. Se al centro sta solo l’individuo in una sorta di comparto stagno, al quale tutto è dovuto, si resta ferma in un punto di non ritorno, che la storia di ieri, che dovrebbe pur essere “maestra di vita”, avrebbe dovuto insegnarci. È, invece, la persona che deve tornare al centro: cioè l’uomo e la donna, nelle loro diversità e in mutua relazione con se stessi, con gli altri e col Signore. Questo modo di pensare, nato col cristianesimo, crea lo spartiacque, che marca la differenza cristiana rispetto a quella visione post-illuminista, di cui questa modernità degenerata è figlia. Vorrei ricordarvi che san Giovanni Paolo II dedicò tantissime catechesi alle radici cristiane dell’Europa. Il non aver ascoltato la sua voce profetica mostra, oggi, a che punto siamo giunti. [5] Si auspica, perciò, che sorga una nuova fraternità ed una nuova equità, nelle quali le persone vivano mediante il lavoro e non il contrario, ritrovando nella domenica con il Signore (non il week-end del mordi e fuggi) il senso per il quale si è faticato nel corso della settimana. [6] Diversamente, se non staremo attenti, sarà peggio di prima: tornerà più forte la logica dell’“homo homini lupus”, dove ciascuno è nemico dell’altro, con tutto ciò che ne consegue. La storia lo insegna: il sonno della fede e della ragione generano mostri ed idoli a cui si sacrificano i beni più preziosi, facendo scomparire l’uomo e l’umanità dalla terra, per il cui usufrutto (e non possesso) è stata creata da Dio. [7] Perciò, se la nostra comunità vorrà essere cristiana e, di conseguenza, più umana, dovrà riscoprire questa radice fondamentale, che ha plasmato l’intero Occidente.

2. La memoria

Il secondo appello del pontefice Francesco è quello della memoria di questi giorni così surreali e difficili, che abbiamo vissuto, ma i quali son lungi dall’essere terminati. Siamo, infatti, solo all’inizio di una battaglia che segnerà o virtuosamente un cambio di rotta o negativamente – non me lo auguro – una degenerazione peggiore di quella vissuta nella fase precedente che portò alla Seconda guerra mondiale.

Un grande statista cristiano, che ha pagato con la vita la sua coerenza in quella che è la più alta forma di carità, la politica, dove ci si mette al servizio del bene comune ma non ce se ne serve per fini indegni, Aldo Moro, ebbe a dire profeticamente, prima di essere ucciso: «Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà». [8]

Sono parole che ci aiutano ad affrontare questo tempo, oggi difficile quanto quello di allora.

Mi nascono due proposte molto concrete che richiamano queste parole: una è rivolta ai giovani, una all’intera comunità cristiana e agli operatori pastorali.

Ai giovani chiedo di entrare attivamente in politica.

Non è una scelta facile oggi. Richiede grande preparazione, senza ambiguità, senza “impulsi di pancia”, ma molta determinazione e altrettanto rigore, perché la politica, nel senso più nobile, essendo anche fatta di compromessi legittimi, deve tener insieme le varie anime che vivono nella società. Ma prima di entrare in un partito suggerisco di accedere ad una scuola di politica, non immediatamente legata ad una parte in campo, ma che prepari all’ingresso per gradualità, alla vita di un partito (questa è la forma costituzionale di partecipazione), quindi una sana “gavetta dal basso” e, man mano, a ruoli di maggiore responsabilità (più che di potere); ricordando che ci si forma sempre e non ci si improvvisa mai, neanche a 80 anni! È sicuramente la strada più lunga, ma è quella più sicura, perché ci si fanno le “ossa” alla “buona battaglia” da combattere. Di scuole in Italia ne esistono tante; mi permetto di suggerire una, “Comunità di connessioni”, con sede a Roma, che ha due pregi evidenti e maturati in questi anni:  la rete, appunto, di connessioni, perché raccoglie da tutta la Penisola esperienze e giovani del territorio, offrendo incontri e scambi di visioni, che dal basso dei nostri comuni arrivano al nazionale; il secondo valore è la indubbia qualità dei formatori: persone che ricoprono cariche istituzionali ai massimi livelli, espressione dei tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), su cui è fondata la nostra carta costituzionale. [9]

Alla comunità parrocchiale, invece, suggerisco una modalità che in questi mesi di confinamento abbiamo sperimentato e che si potrebbe riassumere in uno slogan: passare da una pastorale “del Campanile” ad una “del campanello”.

È un’espressione che nel valorizzare la struttura consolidata della parrocchia richiama anche la qualità della Chiesa domestica, sperimentata in questo periodo e che non va dimenticata; come esorta la parabola di evangelica memoria, quella dello scriba, che divenuto discepolo del regno «è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52) in vista di una rielaborazione degli stili di approccio pastorale. [10]

In pratica è, anzitutto, un’esortazione a non aver paura di quelli che ritengono la parrocchia inadeguata, senza coglierne ancora la profezia nella paziente attesa dei “segni dei tempi”. È una sollecitazione accorata a coloro che amano la parrocchia a far sì che il rinnovato impegno trasformi la “padronanza del territorio” in “un prenderne parte” e “un prenderne le parti”, mediante alcune azioni performative: la prima preghiera fatta in famiglia,  prima chiesa, accresciuta di elementi sperimentati in questo tempo; [11] quindi, l’ascolto della Parola e la convocazione all’Eucarestia domenicale, preparato in famiglia; poi, l’invito alla missione che, scaturendo dalla Parola e dal Pane condiviso, dilata non solo gli strumenti e gli spazi della comunione “del Campanile”, valorizzando gli organismi di partecipazione, ispiranti non al parlamentarismo democratico, ma al discernimento evangelico con il criterio della sinodalità, ma si diffonde “ai campanelli” delle famiglie, crea ambiente fraterni di umanità, fraternità, evitando diffidenze e appartamenti. Il nostro vescovo ci indica le azioni primarie nel suo Liber pastoralis e nel Libro sinodale. [12]

3. La fratellanza

Mai come in questo tempo di pandemia sono emerse forme di prossimità, sprigionando energie nuove nelle comunità cristiane e civili. Ho assistito di persona a una gara di solidarietà che ha visto tutti i fronti cristiano e civile, uniti insieme nel prendersi cura dei poveri, amici abituali e di coloro che si sono allontanati per delusione o per stanchezza. [13]

Se la fratellanza comune è un patrimonio dell’intera umanità, per il cristiano è la nota connotativa che, partendo dalla creazione giunge alla suprema espressione nella redenzione operata dal Figlio di Dio. L’inno della lettera di Paolo ai cristiani di Efeso lo riassume con splendide e pregnanti parole «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo» (Ef 1,3-12). Il credo, che professiamo secondo la formula detta degli Apostoli, lo riprende sinteticamente: «Credo la comunione dei santi», parole che possono essere chiosate con quanto papa Francesco ha detto al termine di quel giorno di pioggia, solo, in una piazza San Pietro deserta, davanti al Crocifisso di San Marcello: «Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo trovati su una stessa barca fragili e disorientati, ma allo stesso tempo importanti e necessari, chiamati a remare insieme e a confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. E ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo». [14]

Sì. Nessuno si salva da solo! Che dire di più?

4. La speranza

Infine, ma non ultima, la speranza che ha un volto concreto, il Risorto, e azioni efficaci visibili nei grandi santi del quotidiano, come ci ha ricordato il papa nella Gaudete et Exultate. [15]

Riprendo ancora le parole del giovane Aldo Moro, di cui è stato aperto il processo di beatificazione, che, nel 1944, in piena guerra, nell’anno forse più drammatico, si esprimeva così chiaramente: «Ora dobbiamo percorrere una lunga e difficile strada; dobbiamo appunto ricostruire. Cominciamo di qui. Rimettiamoci tutti a fare con semplicità il nostro dovere, senza nulla perdere dei valori che in ogni opera fatta dagli uomini e per gli uomini si ritrovano. Così possiamo servire veramente la Patria che soffre. Chi ha da studiare, studi. Chi ha da insegnare, insegni. Chi ha da lavorare, lavori. Chi ha da combattere, combatta. Chi ha da fare della politica attiva, la faccia e con la stessa semplicità di cuore con la quale si fa ogni lavoro quotidiano. Madri e padri attendano ad educare i loro figliuoli. E nessuno pretenda di fare più e meglio di questo. Perché questo è veramente amare la Patria e l’umanità». [16]

Nulla di più aggiungo.

5. Conclusione

Concludo con le parole di san Giovanni Paolo II, pronunciate all’inizio del suo indimenticato pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna». [17]

Parole riprese dal suo immediato successore Benedetto XVI, pronunciate anch’esse nell’omelia di inizio pontificato, che fanno da ulteriore apripista alla speranza: «Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita». [18]

So di aver pensato e scritto in grande, ma ritengo che sia questo il tempo favorevole anche per sognare.

Ce lo ha ricordato bene il nostro vescovo nell’omelia per l’inizio del suo ministero a Novara “Cinque parole di ospitalità”, quando, richiamando le parole di grande filosofo Gabriel Marcel, che scriveva, nel 1942, in pieno Secondo conflitto mondiale «Io spero in Te per noi», mons. Brambilla aggiungeva: «La speranza è la cosa più personale, ma ha bisogno di tener per mano la speranza degli altri». [19]

Anzitutto, del Signore Gesù e di ogni comunità cristiana, perché si torni a «parlare il Signore Gesù, Loquamur Dominum Iesum», come ha espresso mons. Brambilla nel suo motto e programma ministeriale nella Chiesa che è in Novara.

Santa Rita, santa dei casi impossibili, ci aiuti in questo nuovo inizio.

Vostro padre Marco

Novara, 22 maggio 2020, Festa patronale di Santa Rita

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Note:

[1] Cfr. F. Occhetta, La forza e la debolezza degli anziani in “Vita Pastorale” n° 5 (maggio) 2020, p. 11.

[2] Cfr. “L’Arte di educare cristianamente in famiglia” in http://www.parrocchiasantarita.com/2020/04/18/larte-di-educare-cristianamente-in-famiglia-lettera-alla-comunita-per-il-tempo-pasquale/

[3] Cfr. C. Taylor, La modernità della religione, Roma, Meltemi 2004 e C. Taylor, Il disagio della modernità, Bari, Laterza, 2006.

[4] Si veda questo link l’intero discorso: http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/november/documents/papa-francesco_20151110_firenze-convegno-chiesa-italiana.html) ben commentato dal nostro vescovo in F. G. Brambilla, Il Discorso di Firenze. Un’Enciclica all’Italia in “La Rivista del Clero italiano” 12 [2015], Milano, Vita & Pensiero.

[5] Non è possibile riprenderle tutti gli interventi, ma ve ne individuo i fondamentali: Ioannes Paulus, Pp., II, Discorso al Corpo Diplomatico del 13 gennaio 2003; Esortazione post sinodale Ecclesia in Europa del 28 giugno 2003; Angelus dal 13 luglio al 31 agosto 2003.

[6] Cfr. F. G. Brambilla, Tempo della festa e giorno del Signore, Milano, San Paolo, 2012.

[7] Cfr.  Franciscus, Pp., Laudato si’.

[8] Cfr. A. Moro, dall’ ultimo Discorso ai Gruppi parlamentari, 28 febbraio 1978, passim.

[9] Se sei interessato vai al sito di questa scuola a questo link: https://comunitadiconnessioni.org

[10] Cfr. G. Sigismondi, Dalla pastorale del “Campanile” a quella del “Campanello” in “Vita Pastorale”, 5 ( maggio) 2020, pp. 14-15.

[11] Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. Dogm. Lumen gentium, n° 11.

[12] Cfr. F.G. Brambilla, Liber pastoralis – Nuova edizione rivisitata e aumentata, Brescia, Queriniana, 20184 (Giornale di teologia,  395).

[13] Cfr. Franciscus, Pp., Evangeli Gaudium, 19-49.

[14] Cfr. Franciscus, Pp., Meditazione per il momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, venerdì, 27 marzo 2020.

[15] Cfr. Franciscus, Pp., Gaudete et Exultate,1-34.

[16] A. Moro, Scritti e discorsi, I, 1940-1947, Roma, Cinque Lune, 1982, pp. 56-57.